I limiti dell’hacking. Quando è in gioco la vita.
Sulla sicurezza informatica e dei dispositivi elettronici abbiamo interi trattati disponibili. Se ne parla e se ne parlerà in rete, sulla carta stampata, in televisione.
Puntualmente ci viene data notizia di celebri o sedicenti hacker che hanno eluso o bypassato le difese di qualche grossa azienda / ente pubblico. A volte la fanno franca, a volte vengono arrestati ( il più delle volte, in quanto chi la fa franca generalmente non gode di pubblicità ).
L’obiettivo è il recupero di informazioni, la cancellazione delle stesse, l’interruzione di un servizio pubblico o un segnale, come una home page defacciata con qualche logo o teschio, o messaggi politici di varia natura.
Più o meno finisce qui. Mancata pubblicità, difficoltà di accesso e violazione del copyright sono le principali voci che intaccano il bilancio dell’attaccato. Tutto risolvibile comunque. Tutto ripristinabile, questa volta più sicuro, si spera.
Ma hackers ( forse più veri di quelli sopracitati, almeno per me ), sono anche gli “sperimentatori”, gli “smanettoni” dell’elettronica: coloro ai quali piace non soltanto avere a che fare con tecnologie software, ma anche e sopratutto con quelle hardware. Ne portano esempio i numerosi portali dedicati al modding, alle modifiche e alle fusioni più improbabili ( chi ha detto un pc travestito da aspirapolvere? ).
Fin qui tutto bene, più o meno. Si gioca, a volte anche con grosse somme di denaro, e tutto si limita al virtuale. Ma che succede quando possiamo modificare o alterare il funzionamento del dispositivo elettronico che mi tiene in vita? In questo caso il discorso cambia. Il gioco si fà più pesante.
Di recente, il prof.Kevin Fu dell’ University of Massachusetts Amherst, ha pubblicato, insieme ad altri otto ricercatori, un documento che illustra come sia possibile, tramite opportuni segnali radio, inibire il funzionamento di un Pacemaker impiantato in un corpo umano, quindi nel corso del suo regolare funzionamento. Bloccarlo permanentemente o carpire alcune informazioni riservate sul paziente richiede una banale attrezzatura da 1000$, un pizzico di ingegno e la guida sopralinkata.
Le considerazioni sull’argomento vengono demandate ai lettori, tramite i commenti. Ma una nota và fatta: dovremmo tutti augurarci che i produttori di questi dispositivi la smettano di considerare vangelo il metodo security through obscurity nei processi di ingegnerizzazione e si adoperino per definire ed utilizzare concrete politiche di salvaguardia e di sicurezza, visto che non si sta più giocando con i conti correnti bancari… alla prossima.
Tags: Pacemakers, Sicurezza, VitaUltimi 5 articoli di Riccardo Grosso
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